Apiturismo: il nuovo trend delle vacanze che profuma di miele

Con due milioni di alveari e oltre 60 varietà di miele, l’Italia guida il boom dell’apiturismo, la vacanza rigenerativa che fa bene all’anima e al pianeta.

C’è un nuovo modo di fare vacanza che profuma di fiori, ronza dolcemente e lascia qualcosa di prezioso — non solo nei ricordi, ma nel territorio che si visita. Si chiama apiturismo, e l’Italia ne è diventata il paese simbolo nel mondo. Con i suoi due milioni di alveari, oltre 60 varietà di miele e una produzione in costante crescita, il Belpaese attrae oggi sette turisti su dieci desiderosi di trascorrere le ferie immersi nel verde, circondati dal ronzio delle api e dalla bellezza degli ecosistemi rurali.

Un fenomeno in crescita, con numeri importanti

I dati parlano chiaro: l’Unione Europea è il secondo produttore mondiale di miele, con circa un quinto della produzione globale, e l’Italia si distingue per qualità e biodiversità. Tra le regioni più produttive spiccano il Piemonte, con oltre 3.000 tonnellate annue, e la Calabria, con poco più di 2.000. Sul fronte degli investimenti, dall’Europa arrivano oltre cinque milioni di euro e dal governo italiano altri dodici milioni per sostenere il turismo rigenerativo legato all’apicoltura. Numeri significativi, a fronte di un valore economico attribuibile agli impollinatori stimato dalla Commissione UE fino a circa 15 miliardi di euro all’anno.

La ricerca: quando le api incontrano il turismo

A dare basi scientifiche al fenomeno è uno studio recente condotto da ricercatori dell’Università Niccolò Cusano e della Jindal Global University, che ha dimostrato come l’incontro tra api e turismo generi benefici concreti per l’ambiente, le comunità locali e i viaggiatori. Le esperienze possono includere visite agli apiari, laboratori didattici, degustazioni guidate, percorsi sensoriali e iniziative di educazione ambientale.

Ma attenzione: “La rigenerazione si vede quando l’apiturismo non si limita a mostrare le api”, avverte il professor Marco Valeri, “ma usa l’esperienza turistica per finanziare interventi concreti: ripristino di fioriture native, corridoi ecologici, riduzione di input chimici”.

Quando il turismo è davvero rigenerativo

Lo studio dell’Unicusano fa un passo in avanti importante, definendo tre condizioni che devono verificarsi simultaneamente perché un’esperienza turistica possa essere considerata realmente rigenerativa: la rigenerazione degli ecosistemi, la presenza di visitatori consapevoli con motivazioni coerenti con il conscious travel e lo sviluppo locale delle destinazioni. Condizioni cumulative, non alternative: se anche solo una viene meno, l’esperienza rischia di ridursi a semplice consumo turistico tematico.

Un modello prezioso per operatori, policy maker e imprenditori agricoli che vogliono costruire un’offerta turistica capace di generare valore autentico — per il territorio, per la natura e per chi viaggia.

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